La magrezza. Un mito del nostro tempo

Posted by on 21 October 2014 in Blog | 0 comments

Da anni ci si interroga sul fatto che le modelle troppo magre siano un cattivo esempio per le ragazzine, le quali, per condividere questo prototipo di bellezza, siano indotte ad emulare e a riproporre un corpo filiforme.

Cosa c’è di “vero” in questa connessione? Il primo elemento può davvero essere causa di un Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA), come anoressia o bulimia ad esempio, ma anche nel senso opposto come obesità o binge eating disorder? Per rispondere a questa domanda, bisogna innanzitutto sottolineare che non esiste una causalità diretta e lineare tra i due fenomeni, come è ovvio se si considera il fatto che non tutte le ragazze esposte a questo tipo di comunicazione presentano problematiche rispetto al cibo, ma certamente esiste, d’altro canto, un qualche tipo di legame tra il modello di bellezza e di efficienza delle società occidentali e la presenza così massiccia di DCA.

Tale fenomeno, pressoché sconosciuto nei paesi in via di sviluppo, viene denominato da molti “Westernisation”, cioè “sindrome da occidentalizzazione”, non solo per il fatto che “non si può rifiutare ciò che non c’è” come affermava provocatoriamente la psicoterapeuta milanese Mara Selvini Palazzoli, ma perché ha a che vedere con i valori e i significati che nelle società occidentali vengono attribuiti all’immagine interna ed esterna di sé nel rapporto con l’Altro.

Tutto ciò ha una storia relativamente recente visto che nel corso di poco più di cento anni, la società occidentale si è trasformata enormemente passando da un contesto prettamente rurale ad uno più cittadino ed è in questo clima che il corpo ha acquistato un ruolo di primo piano, accompagnato sempre più spesso dal modello della snellezza. Lo specchio è entrato nelle case della borghesia alla fine dell’Ottocento, diffondendosi rapidamente e portando con sé un interesse sempre maggiore per il corpo e la sua cura. “Il corpo è diventato così l’interfaccia dell’individuo con l’ambiente, un oggetto pubblico e al tempo stesso privato” (Jodelet, 1984) che ha, inoltre, acquistato e veicolato messaggi diversi per uomini e donne. In quell’epoca, infatti, all’uomo veniva richiesto un corpo sano e robusto, adatto soprattutto per il lavoro manuale, mentre alla donna “un corpo che rappresentasse qualità femminili definite all’interno del rapporto con il suo compagno” (De Beauvoir, 1961). È, infatti, a quest’ultimo, nella veste di capofamiglia, che veniva attribuito il compito di controllare la donna e di contenerne gli aspetti più istintuali, riconoscendole un ruolo soprattutto nella sua funzione di madre.

L’essere donna era fortemente legato alla funzione riproduttiva, mentre la natura femminile più profonda restava qualcosa di sconosciuto e di indomabile, contenibile solo con la maternità (Molfino, 1999). È all’interno di questa stessa cornice sociale che, ad esempio, Mussolini ha vietato in Italia la diffusione di immagini che ritraevano “figure femminili artificiosamente dimagrate e mascolinizzate, perché la donna fascista deve essere fisicamente sana, per poter essere madre di figli sani” (art.12 Direttive per la stampa, 1931).

Pochi anni più tardi, l’imminente scoppio della seconda guerra mondiale, chiederà però a queste stesse donne di uscire dalle mura domestiche per occupare nella sfera pubblica, i posti degli uomini al fronte, con la possibilità di sperimentarsi positivamente in una nuova veste. Con la fine del conflitto e il conseguente ritorno dei soldati, verrà però richiesto loro di ripristinare i ruoli tradizionali e di rientrare nei luoghi naturali: la casa e la famiglia. E’ in questo momento che cominciano a delinearsi i primi passaggi evolutivi nella trasformazione dell’immagine e della percezione del corpo della donna in un’ottica sia sociale che individuale. L’immagine femminile inizia ad essere sempre più ambivalente: da un lato legata alla maternità e alla realizzazione nell’ambito familiare, dall’altro incoraggiata verso l’autonomia e l’efficienza lavorativa (come trasmesso da tv, radio, cinema e riviste). È in questa ambiguità di messaggi che inizia a diffondersi un senso di disagio, inquietudine e insoddisfazione sempre maggiore tra le donne, che faticano a ritrovarsi nel modello tradizionale, ma che non sanno ancora identificarsi con qualcosa di nuovo.

Il decennio successivo darà un forte impulso a questo fenomeno perché contraddistinto dalle rivendicazioni dei diritti delle donne e dalle lotte per la parità, che passeranno innanzitutto attraverso la riappropriazione del corpo. Il movimento femminista porterà con sé notevoli conquiste, ma legherà di nuovo la donna alla sua immagine corporea: si rifiuta il fisico florido sinonimo di fecondità e di maternità per un immagine esile e adolescenziale facendo sì che il corpo emaciato diventi, di fatto, il modello estetico di riferimento.

Negli anni ’80 il quadro cambierà di nuovo. Il dictat di questo decennio è la realizzazione personale anche a discapito di quella familiare. L’immagine della donna è quella della manager in carriera, aggressiva, ipercoinvolta nella dimensione lavorativa e dall’aspetto sempre giovane e curato. È una donna che spinge i figli verso l’autonomia, che per lo più rifiuta il modello materno tradizionale, prediligendo un atteggiamento più amicale, ma che finisce per occupare troppo spesso e troppo a lungo la posizione adolescenziale dei figli, sottraendogliela. E’ una donna che molto spesso ha difficoltà soprattutto nella relazione con la figlia, di cui non sa decodificare i bisogni, visto che anche i suoi hanno trovato poco ascolto in passato. Ciò si ripercuote nelle giovani che non solo non trovano una relazione diadica in cui esprimersi a pieno, ma che non imparano neanche a sintonizzarsi su se stesse e sulle proprie esigenze, rendendosi sempre e continuamente pronte a recepire e a rispondere alle richieste dell’esterno. È in questo contesto che si attua un cambio considerevole nella sintomatologia: la bulimia viene prepotentemente alla ribalta diffondendosi rapidamente forse ancor più dell’anoressia. “La ragazza con disturbo bulimico manifesta un disagio che non trova linguaggio se non nell’implicito del sintomo, che a differenza dell’anoressia non può essere ostentata, ma va vissuto in un rituale segreto” (Onnis, 2004).

In questo tipo di società, definita “dei consumi, il corpo diventa bene di consumo: che non è mai abbastanza pulito, abbastanza curato, abbastanza apprezzabile ed occorre intervenire su di esso per soddisfare l’esigenza di essere accettati” (Onnis, 2004), attraverso trattamenti estetici, diete, palestra se non addirittura interventi di chirurgia estetica. Un corpo che è così in primo piano nella comunicazione e nella definizione di sé facilmente potrà essere non solo oggetto di cura, ma anche di accanimento, con la dieta alimentare che da cura di sé diventa restrizione alimentare o lo sport che da cura del proprio corpo diventa una lotta contro di esso nel tentativo di asciugarlo, tonificarlo e di bruciare quante più calorie sia possibile.

La magrezza, quindi, non viene più a rappresentare solo un ideale estetico fine a se stesso, ma racchiude molto di più: è simbolo di efficienza, di dinamismo, di giovinezza (miti della nostra contemporaneità) e il corpo diventa il terreno sul quale la donna cerca una nuova identità e nel quale si combatte lo scontro tra le diverse istanze che la riguardano e che non hanno ancora trovato integrazione.

Oggi assistiamo ad un graduale processo di integrazione delle parti maschili e femminili negli individui, ma c’e’ ancora parecchia strada da fare. Le donne, infatti, sono ancora fortemente bombardate da infinite e discordanti richieste: “da superdonne con un corpo da copertina a mogli amorose, da manager dalla carriera perfetta a madri angeli del focolare. Nello strenuo tentativo di avere tutto, è possibile che avvertano di non avere più il controllo della propria vita e che lo ricerchino nell’esercizio della dieta ferrea” (Onnis, 2004). All’ambiguità dei messaggi proposti, infatti, i DCA rispondono con altrettanta ambivalenza confermando e condannando contemporaneamente i miti dell’apparenza e della salute corporea.

Rileggendo quindi l’influenza dei fattori socio-culturali sui DCA, il corpo magro rappresenta da un lato un modo per rifuggire da modelli tradizionali di donna, e dall’altro un’esaltazione dell’autonomia, dell’indipendenza e dell’autocontrollo tanto cari alla nostra società, che predilige il corpo alla persona, il controllo all’espressione di sé, l’apparire all’essere (Rifkin).